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Angelo sussurratore

Wed Oct 14, 2009, 6:47 AM
E il pensiero laterale, con la visione del caos, e il volo.
Le scelte decisionali, la manutenzione correttiva e adattiva, lo sviluppo applicativo.
Mettici dentro la politica e la gestione, il significato delle parole, il significato dei gesti.

E poi il fermo immagine e traslazione a 360 gradi.

Hai capito di cosa sto parlando?
Di piani.
Nuovi piani.
Di nuovi e altri piani.

Di innovazione dei punti.

Salgo e salgo e salgo.
Trovo altre cose e salgo di più.

Il volo. Tutto è iniziato da lì.


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Se osservi il caos.

Tue Oct 13, 2009, 5:22 AM
Non succede che il caos osservi te, quello era l'abisso, e c'era tutta un'altra trippa da far bollire.

Ma, adesso e ora,
se osservi il caos, lentamente inizi a vedere uno schema.
Al di là dei frattali.


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I giochi dei bambini, nell'ala est.

Tue Oct 6, 2009, 1:03 PM
Ed è questo quello che faccio, quando la porta si chiude, la cravatta si scioglie, e le lacrime possono fare capolino.

Quello che faccio quando mi stacco gli auricolari e finalmente posso spendere i miei soldi in aeroplani da montare e aeroplani da guidare.

C'è Leo, che protegge il presidente. Sam che riempie di gaffe le sue sublimi parole. C'è C.J. che ha una dolcezza feroce quando difende con l'anima le donne. E Donnie (Donatella) che cerca un fidanzato e si finge stupida. C'è Toby che valuta le opzioni e si incendia.

Quando sei bambino vuoi essere Maradona. Tutti vogliono essere Maradona. Tutti vogliono essere Actarus o Peter Parker o James T. Kirk.
Tutti vogliono il numero 10.
Tutti vogliono segnare.
Tutti vogliono chiamarsi Nero o Falco o Jack.


Poi impari che essere un buon sergente è molto più importante che giurare con la spada e la coppa.
Impari che la diversità e la specializzazione rendono forte la squadriglia.
Impari che c'è onore nel fare la propria parte.

Da soldato impari a seguire il sergente, con la striscia verticale bianca dietro l'elmo.

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Il progetto nell'esperienza.

Wed Sep 23, 2009, 3:34 PM
Esperire un progetto.

Non mi interessa la vendita, non mi interessa il successo. Sono legato al collegamento. Vivo per il collegamento. Non ho altro per cui dare sospiri e fiati.

Due ragazzi. Non sono uomini, sono ragazzi.
Ragazzi, dal greco, veste lacera. Garzone e fanciullo.

Sono un garzone dell'IT. Sono fieramente garzone.

Una notte. Un locale. Birra rossa.
"Andrea, prova la Dragun, vedi se ti piace, e se va bene ne prendiamo ancora".
Sono un punto di riferimento per le rosse.
Rosse, tripla fermentazione. Bassa fermentazione.

Parlo con lui. Anche lui è un garzone vivaddio.

Gli parlo di quando esclamai in pubblico ingererizzato che in realtà un progetto è un sogno.
Da inseguire, per cui combattere, affannoso, lontano. Complesso.

Gli parlo delle relazioni, dei collegamenti, della stima, della squadra.
Mi piace il mio sergente. E' affidabile, massiccio, segue la truppa, dà indicazioni ai cecchini, tiene salda la fila.
Il mio sergente mi segue, e io per lui darei la vita. Lo proteggo davanti a tutti, davanti a qualsiasi cosa, anche davanti al mio colonnello.
E io sono in prima linea con loro. Nasco come fuciliere assaltatore, non posso mancare al mio compito.
Combatto accanto a loro, il mio fiato e il loro fiato, le mie impronte le loro impronte.

La neve non ci spaventa.

Due garzoni. Un bar. Due birre.
Un tipo ci chiede "sigaretta?".
Io lo guardo. Il linguaggio da sms, unito al napoletano, elide qualsiasi forma di coniugazione.


Due garzoni.
Gli parlo di un contatto, della chiusura di una offerta, della complicità dei temi e degli intenti.

E poi racconto dei dati, e di come si tenga a loro. E a quelli dei nostri clienti.

I dati sono protetti dai disastri.
A Vicenza abbiamo un bunker.

Bunker anti atomico.





Silenzio.

Pausa ad effetto.


Due garzoni.
E fuori.
La notte.

Ci sono cose importanti.

Tue Sep 8, 2009, 4:11 AM
Ci sono cose che hanno un peso.



Il cursore che lampeggia. La pagina bianca. File, Modifica, Visualizza, Finestra.
Perché fai tutto questo. Facciamoci un ragionamento, cinque minuti.

Io. Mi interrompo perché mi squilla il telefono. Un tipo con cui ho lavorato solo una volta, mi chiama con la voce emozionata, e mi chiede se mi può inviare un curriculum. Io gli dico di incontrarci, perché gli potrei prospettare anche altri scenari.

Perché l’ho fatto?
Perché scrivo questo mentre rimiro di nuovo torrette di avvistamento, e meduse sulla sabbia, con il sapore che ritorna ad essere familiare. Le mani leggermente sudate, e io non sudo mai dalle mani. Scelgo le foto delle soggettive. Dipingile.

Perché mi muovo così. Con il lavoro, con la pazienza e la dedizione. Perché non riesco a mollare certe cose. Eppure, mollo zavorra ogni volta che mi sento leggermente appesantito.
Perché i miei pensieri mi turbano il sonno.

Non mi sono mai trovato a dire “E adesso?”
Non ho mai avuto l’atteggiamento da infante di chi si prende tutto quello che vuole, e poi si meraviglia che la stampa estera inizia a denunciare la mancanza di libertà di stampa nel nostro paese.
Non ho mai ricevuto inaspettato una dichiarazione di guerra.

Sento montare la bufera. Cerco di muovere la pressione e i marosi, per calmare il turbinare anticiclonico. Muovo quello che posso.

Stanotte ho sognato di ritornare in un negozio di fotografia, a Parigi, negozio che esiste sono nei miei sogni: è la terza volta che lo incontro.
C’è Pietro, che invece esiste, che mi parla francese e mi mostra una strana Canon A1F (A1 sì, ma A1F che macchina sarebbe?), con un obiettivo 12mm. Siamo sotto questi portici, tipo place des Voges, con le inferriate verticali a fisarmonica. C’è poca luce.
Sento il mio stomaco languire di desiderio.

Scelgo le foto di Napoli. E mi accorgo che sono sporche. Imprecise. Sbavate.
Da quando mi sono liberato dell’ordine, sono riuscito a scovare piani e rette sghembe che non avrei mai pensato esistessero. Da quando mi sono liberato, sono riuscito a vedere quello che il mondo voleva raccontassi.
Le foto sporche, e a pellicola, di questo universo napoletano.
Ritorno alle torrette di avvistamento. Alle soggettive.

Dove sono oggi?
Sono stabile e ad alta quota. Ottima velocità di crociera, e motori al 40%. Trimmo allineando l’orizzonte artificiale. Rotta 360.
Mentre tutto è calmo, rilassato ai comandi, sento dietro il trambusto del lavorio costante. C’è gente là dietro che sta facendo cose speciali. Qualcuno ha preparato da mangiare, altri stanno leggendo ad alta voce. Altri intingono pennelli. Uno è intento a completare il modello di P51 Mustang.
In realtà, non siamo mai fermi. Il rinoceronte scalcia e si smussa il corno. Siamo in quota, sì, riposiamo in una pennichella controllata e schematica, ma la peristalsi – pensa ai fasci di muscoli che si aggrovigliano su se stessi, che si torcono, che stringono, e aprono, e spingono, e si allargano, e poi stringono di nuovo, muscoli che si avvolgono a elica, tesi, forti, muscoli - procede.

Siamo in quota. Ma stiamo andando avanti.

E le distrazioni di un tempo? Ricordi cosa facevi quattro o cinque anni fa?
Non sono più distratto, adesso.

Ricordo che mi dicevano ‘la meta, non il viaggio’? Ora ti dico che rimane sempre il viaggio, per me, principe e principio. Ma sto eliminando mete che non mi interessano.
Non sono distratto, adesso.

Tutti i miei muscoli si torcono con un unico intento.
Dovresti saperlo, dannazione.

Perché fai tutto questo?
Perché ci sono molte cose da fare.
E il tempo è poco.

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